LA DIFFAMAZIONE SUI SOCIAL E L’UTILIZZABILITA’ DEI MESSAGGI COME PROVA

Non può essere considerata un’ingiuria, ma il più grave reato di diffamazione, l’offesa via WhatsApp in una chat di gruppo, letta oltre che dall’autore e dalla persona offesa, anche da altri. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione con sentenza n.7904/2019 della quinta sezione penale. La Corte è intervenuta su un ricorso dei genitori di un tredicenne. Nella chat si era consumata una guerra tra fazioni di alunni di una scuola in provincia di Bari. Il ragazzino, parlando in difesa di una compagna, aveva scritto un messaggio carico di epiteti volgari, in cui accusava la persona offesa, una coetanea, di essere la responsabile dell’allontanamento dell’amica dalla scuola. Sebbene il gip avesse dichiarato il non luogo a procedere, nei confronti del ragazzo, non imputabile in quanto minore dei 14 anni all’epoca del fatto, i genitori chiedevano di avere ragione nel merito, ritenendo le offese non diffamazione ma un’ingiuria, che non è più reato, dal momento che la ragazza aveva letto il messaggio e poteva rispondere subito. La difesa del ragazzo sosteneva che il fatto non avesse alcun rilievo penale, affermando che in casi simili si potesse semmai parlare di ingiuria – reato oggi depenalizzato e trasformato in illecito civile – visto che la destinataria dei messaggi offensivi partecipava alla stessa chat. La Corte di Cassazione si è quindi espressa richiamando anche altri precedenti pronunce su posta elettronica e mailing list: “L’eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive”, spiegano i giudici, “non può indurre a ritenere che, in realtà venga, in tale maniera, integrato l’illecito di ingiuria, piuttosto che il delitto di diffamazione”, evidenzia la Corte. Da qui la decisione di confermare la sentenza del gup. Invero, va osservato che “sebbene il mezzo di trasmissione e comunicazione adoperato consenta in astratto anche al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa – si spiega nella sentenza – il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori, i quali, peraltro, potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi, fa sì che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso. Di qui – conclude la Cassazione – l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio”. Il medesimo principio ovviamente vale in generale per tutti i social network (Facebook, Instagram, Twitter). Difatti se l’animo di chi condivide il post è di ledere l’altrui reputazione, diffondendo notizie che arrechino danno all’individuo, si verificano le condizioni di cui sopra, incorrendo nel reato di diffamazione. Si rammenta al riguardo un’analoga precedente sentenza della Corte di Cassazione Penale n. 50/2017 sempre in relazione al reato di diffamazione, consumato in tal caso su Facebook. La Corte ha statuito che “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche dei social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica”.​In virtù dei principi sopra esposti occorre sempre tenere presente che Facebook, come gli altri social, rappresentano un mezzo utile per diffondere notizie accessibili a tutti, ed è quindi necessario avere accortezza quando si decide di pubblicare uno screenshot contente informazioni riferibili ad altri e, soprattutto, verificare che il contenuto di quest’ultimo non vada a ledere in nessun modo la reputazione altrui. Si tratta comunque di una materia in continua evoluzione sul piano giurisprudenziale, sulla quale non sono mancate e non mancheranno pronunce innovative e anche contrastanti. Basti ricordare che nel 2017 la stessa Corte di Cassazione aveva negato valore probatorio in sede giudiziaria ai messaggi scritti tramite le chat dei social network, e su tali basi aveva escluso la possibilità di licenziare un dipendente dopo che questi aveva insultato il datore di lavoro in un gruppo Facebook. In particolare, la Corte ha statuito che i messaggi scritti tramite le chat dei social sono paragonabili alla posta privata, dunque “inviolabili” e non possono rappresentare una prova di insulto in un’aula di Tribunale. Il principio richiamato è quello per cui anche le mailing list, oltre ai gruppi (come quelli Whatsapp) sono da ritenersi privati e dunque le conversazioni “segrete”. Di conseguenza eventuali insulti non possono ritenersi “diffamatori”, anche se a conoscenza di più persone e in assenza del diretto interessato. La sentenza in questione suscita parecchie perplessità. Può obiettarsi, infatti, che gli screenshot dei messaggi se prodotti in giudizio, in quanto utili a provare un fatto, rappresentano il corpo del reato. Inoltre, nel caso di specie non si era trattato di un sms privato diretto a una sola persona, ma di un messaggio pubblicato all’interno di un gruppo di più di due persone, cosicchè ci sarebbero i presupposti per configurare il reato di diffamazione, che si concretizza appunto anche in chat o community con almeno due destinatari, come statuito dalla Corte di Cassazione nella succitata sentenza n.7904/2019. Una criticità tuttavia è rappresentata dal valore probatorio che assumono in giudizio le semplici trascrizioni (ovvero le stampe) dei messaggi. Infatti, va detto che la mera trascrizione dei messaggi WhatsApp, qualora oggetto di contestazione e di disconoscimento, è inutilizzabile e non può essere considerata prova senza la produzione dei supporti informatici contenenti le conversazioni. Quindi, in assenza dei supporti informatici (ad es. gli smartphone o il pc, in caso di WhatsApp Web) nei quali sono contenute le conversazioni in chat, non è possibile conferire ad esse valore probatorio. Così si è espressa la Corte di Cassazione (Cass. Pen. 49016/2017) la quale ha stabilito che la condizione necessaria, ai fini dell’utilizzabilità in giudizio delle trascrizioni delle chat di Whatsapp, nel caso in cui la relativa conformità venga ad essere contestata dalla parte interessata, è l’acquisizione del supporto informatico (smartphone o computer) contenente la conversazione, in assenza del quale, non può essere attribuito alcun valore probatorio alle conversazioni.

AVV. SIGMAR FRATTARELLI